Conto cointestato e morte: sottratti oltre € 300.000

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Il nipote della anziana zia, nota per la sua parsimonia,  era cointestatario di diversi rapporti (conti correnti, libretti, polizze di risparmio). Al momento del decesso il patrimonio si era volatilizzato.

I professioni dello studio, in casi come questo, svolgono tutte le indagini patrimoniali del de cuius per ricostruire ogni vicenda patrimoniale vita natural durante e verificare se vi sia stata la lesione della legittima spettante agli eredi legittimari.

In base ai principi elaborati da trentennale giurisprudenza di legittimità e di merito, ribaditi anche di recente (Cass. n. 4838/2021) “ove il saldo attivo risulti discendere dal versamento di somme di pertinenza di uno solo dei correntisti, si deve escludere che l’altro possa, nel rapporto interno, avanzare diritti sul saldo medesimo”; “la sola cointestazione del conto corrente non costituisce prova della volontà di donare”.

Anche la dottrina ritiene che “allorquando le somme accreditate sono esclusivamente di pertinenza di un solo contitolare, la contestazione a firma disgiunta assolve, di fatto, alle funzioni di una delega rilasciata dal titolare a un terzo, per consentirgli qualsiasi atto di disposizione.

“Il conferimento di una procura ed il concreto esercizio di essa da parte del soggetto che ne è investito costituiscono, […] elementi sufficienti per affermare che la procura è stata conferita in virtù di un rapporto di mandato, con il conseguente obbligo del rappresentante, ai sensi dell’art.1713 cod. civ., di rendere il conto dell’attività compiuta” (Cass. 12848/2006; Cass. 18660/2013, conforme nel particolare obbligo di rendimento del conto nei confronti degli eredi Cass. 9262/2003).

Dunque, l’evento morte spiega il solo effetto giuridico di trasferire l’obbligo di rendiconto dal mandatario ai suoi eredi ovvero, nel caso di morte del mandante, in favore dei suoi eredi in virtù delle norme generali in tema di successione mortis causa.

Il giudizio di rendimento dei conti, disciplinato dagli artt. 263, 264 e 265 cpc, ha espressa finalità ad explorandum in quanto serve a consentire l’acquisizione delle informazioni necessarie per l’esercizio (eventuale) di ulteriori diritti: la domanda di rendiconto reca ineludibilmente in sé anche quella di condanna al pagamento delle somme che risulteranno dovute” (Cass. 2148/2014; 31857/2018).

Per giunta, la mancata presentazione del rendiconto non può tradursi in un “non liquet” e, all’opposto, “consente al giudice la più ampia facoltà di valutare il materiale probatorio già acquisito (anche ai soli fini di trarne presunzioni), nonché di disporre l’acquisizione di prove officiose ovvero richieste dalle parti.” (Cass. 9377/2001, 889/73, 485/81, 869/79, 4502/85, 4568/92).

Gli eredi, documentati tali prelievi, dovranno avanzare nei confronti del cointestatario una domanda di condanna alla restituzione (previo rendimento del conto).

La pretesa restitutoria si fonda su un titolo giuridico preesistente alla morte della de cuius e indipendente dalla successione: vita natural durante, il de cuius avrebbe potuto chiedere lui stessa al cointestatario sia il rendimento del conto che le restituzioni; domande che gli eredi formuleranno quali successori mortis causa.

 

 

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