Nel caso dell’esercizio arbitrario delle proprie ragioni, chi agisce è convinto di far valere un proprio diritto, anche se poi questo diritto risulta infondato. In sostanza, la persona crede di avere ragione e agisce per soddisfare una pretesa che potrebbe essere legittima o comunque sottoponibile a giudizio.
Al contrario, nell’estorsione, chi agisce è consapevole che la pretesa è ingiusta e quindi richiede un vantaggio economico o personale sapendo di non avere alcun diritto legittimo su quella somma o quel beneficio. L’estorsione consiste dunque nell’imporre un profitto personale con violenza o minaccia, senza base di diritto.
La differenza tra i due reati sta nel fine perseguito dall’agente: nel primo c’è la convinzione, anche se sbagliata, di agire legittimamente, mentre nel secondo la piena consapevolezza di una pretesa ingiustificata e quindi il perseguimento di un profitto illecito.
In sintesi, per decidere se un fatto configura esercizio arbitrario delle proprie ragioni o estorsione, si deve valutare non solo il comportamento esterno (violenza o minaccia), ma soprattutto l’intenzione e la credibilità della pretesa che anima l’agente: se l’azione è guidata dalla convinzione (vera o falsa) di avere un diritto, si tratta di arbitrio; se è guidata dalla consapevolezza di un’ingiustizia si configura estorsione.



