Quando si affronta un divorzio, uno dei terreni di scontro più accesi riguarda la determinazione dell’assegno divorzile. Spesso, una delle parti lamenta che i redditi dichiarati dall’ex coniuge non corrispondano al suo reale tenore di vita o alle sue effettive disponibilità finanziarie.
Una recentissima ordinanza della Corte di Cassazione (Sez. I, 19 marzo 2026, n. 6533) fa chiarezza su un punto fondamentale: quali sono i limiti del giudice di fronte a documenti reddituali poco trasparenti?
La Premessa: Quali documenti vanno depositati?
Nel ricorso per divorzio, le parti hanno l’obbligo di fornire un quadro fedele della propria situazione economica. I documenti essenziali da depositare includono:
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Dichiarazioni dei redditi (modelli 730 o Unico) degli ultimi tre anni.
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Estratti conto bancari e finanziari.
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Documentazione relativa a proprietà immobiliari e partecipazioni societarie.
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Certificazioni di possesso di beni di lusso (auto di grossa cilindrata, imbarcazioni, ecc.).
Tuttavia, la sola “carta” fiscale non sempre riflette la verità materiale.
Quando i documenti reddituali possono essere “superati”?
La Cassazione n. 6533/2026 ribadisce che la dichiarazione dei redditi ha una funzione prevalentemente fiscale e non gode di fede privilegiata nel giudizio civile.
I documenti reddituali possono (e devono) essere superati quando:
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C’è una palese sproporzione: Il reddito dichiarato è minimo, ma il soggetto conduce una vita agiata, viaggia frequentemente o risiede in immobili di lusso.
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La documentazione è incompleta o incoerente: Mancano flussi di cassa o ci sono operazioni finanziarie non giustificate.
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Esistono indizi di redditi “in nero” o esteri: Situazione frequente in presenza di liberi professionisti o imprenditori.
In questi casi, la verità fiscale cede il passo alla verità economica reale.
I Poteri Istruttori del Giudice: Dovere o Facoltà?
Il cuore della sentenza riguarda il cosiddetto potere istruttorio ufficioso. Se le prove portate dalle parti sono insufficienti o contraddittorie, il Giudice non può semplicemente “lavarsene le mani” respingendo la domanda di assegno.
Cosa deve fare il Giudice:
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Se sorge un dubbio fondato sulla reale consistenza del patrimonio, il Giudice ha il dovere di attivarsi d’ufficio.
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Può disporre indagini tramite la Polizia Tributaria per ricostruire la reale capacità di spesa.
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Può ordinare l’esibizione di ulteriore documentazione bancaria o fiduciaria.
I limiti al diniego: La Cassazione sottolinea che il Giudice non può negare l’indagine patrimoniale se questa è necessaria per colmare una lacuna conoscitiva non imputabile alla negligenza delle parti. In presenza di contestazioni specifiche e circostanziate sulla sproporzione tra redditi dichiarati e stile di vita, il rifiuto del giudice di approfondire deve essere rigorosamente motivato, pena la cassazione della sentenza.


